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Ieri sera, ho visto Tom Waits, Frank Zappa, Dylan, …nella splendida cornice del teatro romano di Verona (I sec. d.C.).

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Fig 2. Verona by night, by Doc-pigmotel.jpg

Una location davvero suggestiva, affacciata (è davvero il caso di dirlo, vista la vertiginosa e ripida posizione delle gradinate) sul fiume Adige, ai piedi delle colline delle Torricelle (dove svetta Castel San Pietro), coccolati da brezze fluviali e profumi di sempreverdi. Il traffico della antistante strada del Lungadige viene fatto deviare per tutta la durata del concerto per garantire il più religioso dei silenzi alla meno ortodossa delle musiche. Entro dal retro, saluto i ragazzi della produzione, qualche elegante signore e mi incammino verso il palco. Incrocio l’artista, che mi saluta con due dita sulla tesa del cappello. Ricambio, simpatico. Magro anche, lo pensavo una botte. Il teatro è vuoto, immobile, eterno. Mancano 2 ore all’inizio della celebrazione, una all’apertura dei cancelli. Se potessi, acquisterei tutti i biglietti per allontanare tutti quegli sconosciuti dalla sacralità di questo luogo. Evito la platea, mi siedo in cima con alcuni amici. Non battiamo ciglio, il palco è ai nostri piedi come una porta di San Siro dal secondo anello. Alle sue spalle, ai lati, distinguo due grandi campanili al di là del fiume. Rintocchi delle campane di entrambe. Mi sveglio. Sono circondato da migliaia di persone in trepidante attesa. Telefonini coi flash, ormai è quasi buio. Non so la scaletta e tantomeno i titoli delle canzoni. Ma ho “assistito” a una voce spettacolare, strepitosa, graffiante quanto dolce, marcia quanto infantile, labile quanto squarciante. Urla, versi, bassi, acuti, gorgheggi con una assoluta padronanza di corde vocali perfettamente accordate.

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E via a processioni religiose, ballate barocche, pompose, canti funebri, pezzi quasi satanici con evocazioni collettive dell’anticristo in una città tra le più bigotte d’Europa, con tanto di maschera di caprone dalle lunghe corna.

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E tanto rock, magnificamente interpretato anche da tromba, trombone, un indiavolato violinista, un chitarrista solitario in un angolo di palco, un batterista dal cappello di velluto rosso, un funambolico quanto attento percussionista/rumorista in tuta sportiva da bar dello sport (adoro i campanacci e lo xilofono). Omaggi a Dylan, Waits, Zappa e molti altri che tanti amici ben più informati e competenti di me saprebbero inividuare. Io nella sua mimica e in una cantana napoletana ho intravisto Antonio De Curtis…Grande ritmo, grande ironia nell’intrattenere il pubblico e nel presentare i pezzi (uno dei quali introdotto con “Ed ora un pezzo porno, turbo, techno…”).

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Che interprete, che autore, ho spesso chiuso gli occhi per ascoltare le parole ed ammirarne i contorni, i chiasmi, gli ossimori, le metafore misurate, le ridondanze volute, i giochi verbali così ben orchestrati. E quelle ombre cinesi sul grande schermo, a commento di ogni genere musicale, persino dance o hard-rock. Con grazia, eleganza e stile. Grazie maestro, anche dei bis e dei tris, di quell’unica sigaretta che ti sei concesso a fine concerto, di quelle inquietanti maschere da medusa, di quelle coppole sincere, di quei Borsalino maltrattati e di quella gambetta pestata sul legno del palco. Non sono un critico musicale e nemmeno un appassionato conoscitore del menestrello Capossela. Nessuna velleità “recensiva” ma solo il racconto di una fresca serata di settembre piacevolmente trascorsa tracannando birrette calde. Ascoltando un Capossela assolutamente integro in un teatro completamente esaurito. Salute!

Foto con cell senza flash, dalla cima del bi-millenario teatro:

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http://www.viniciocapossela.it/

4 thoughts on “Capossela tutto esaurito

  1. Bravo, non sei un critico ma hai reso bene l’atmosfera e le sensazioni della serata. Meglio di molti critici, meglio di chi pretende di fare recensioni competenti ed esageratamente “tecniche”.

  2. Finalmente caro Doc, ho trovato il momento giusto per leggere questo articolo. Mi fa piacere ti sia piaciuto il concerto di Vinicio, complice uno scenario magico e un’atmosfera quasi sacrale.
    Dopo aver visto almeno una decina di suoi concerti, non voglio fare la solita pignola, precisando ad esempio che non era un “caprone con le corna” ma un minotauro (la mitologia è come un filo rosso in tutta la sua discografia, specie nell’ultimo album).
    Ti scrivo invece perchè mi hai fatto rivivere la stessa sensazione che ho provato la prima volta, circa 12 anni fa, in cui mi sono trovata per puro caso ad un suo concerto.
    Non c’è assolutamente niente di satanico, anzi è un vero viaggio alle radici della nostra cultura, sia popolare sia mitologica, che ascoltando la sua musica torna fuori come qualcosa che abbiamo dentro.
    Spero davvero che anche per te sia solo il primo di una serie di Vinicio’s tour, perchè a poco a poco avrai sempre più la sensazione che quei momenti, riduttivo chiamare concerti, ti appartengano fino in fondo.

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