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Addio Philippe Noiret. E con lui, addio ad Alfredo (“A vita non è come u cinematografu… è cchiù difficile”, Nuovo Cinema Paradiso), a Gabriele (Il frullo del passero), a Leonardo (Speriamo che sia femmina), a Gaspard Di Montfermeil (Amici miei) e a Philippe (La Grande Abbuffata e nella vita).
Oltre 130 film. Per leggere di lui basta girare sul web. Oggi pulsa e scrive per lui in ogni dove. Malinconico, cinico, rassegnato ma garbato, fine, ironico, snob talvolta. Un grande interprete di quel film francese così smussato negli accenti, così lontano dalla merda dei multisala di oggi. Un volto indimenticabile, con quegli occhi da cagnolino, il naso lungo e il volto da pierrot appena struccato. Oggi indosso un dolcevita nero e un trench verdone. Era il suo costume di scena preferito. Come La grande abbuffata rimane uno dei miei film preferiti.

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Riporto senza “tagli e censure” il pezzo omaggio apparso oggi su corriere.it:

Roma, 23 novembre 2006 – Roma, 23 novembre – Giornalista cinico (Amici Miei), proiezionista malinconico (Nuovo Cinema Paradiso), poeta (Il postino). Sono solo alcuni dei grandi ruoli interpretati da Philippe Noiret in centocinquanta film, molti dei quali diretti dai più grandi registi italiani: Mario Monicelli, Marco Ferreri, Ettore Scola, Giuliano Montaldo, Francesco Rosi. «Tutto gli viene così spontaneo, sembra non reciti», disse di lui il novantunenne Mario Monicelli, il cui nuovo film «Le rose del deserto» uscirà tra poco. 

Noiret, 76 anni, nato a Lille, entrò all’età di dieci nel Teatro nazionale popolare di Jean Vilar. Esordì sul grande schermo nel 1956 in una pellicola di Agnes Varda ma è nel 1960 che la sua diventa una figura costante nel cinema. È lo zio di Zazie in ‘Zazie nel metro« di Louis Malle, nel 1961 recita in ‘Tutto l’oro del mondò di Rene Clement. 

Dopo aver interpretato una parte in ‘Topaz’ di Alfred Hitchcock, è un grande regista italiano a renderlo popolare: Noiret è uno dei quattro amici che vogliono suicidarsi a furia di cibi e sesso in »La grande abbuffata« di Marco Ferreri. L’attore tornerà a lavorare con Ferreri l’anno seguente in ‘Non toccate la donna bianca’. 

Nel 1974 comincia la collaborazione con Bertrand Tavernier in ‘L’orologiaio di Saint Paul’. »Non dir nulla e far capir tutto«, disse della sua interpretazione Alberto Moravia in un elogio di due delle grandi qualità dell’attore di Lille: la discrezione, la semplicità e l’ironia.Nel 1975 è la volta di ‘Amici miei’. Monicelli assegna a Noiret la parte del giornalista cinico Perozzi e la sua carriera comincia a dividersi tra la Francia e l’Italia. 

»Mi colpiscono la finezza, il garbo, la semplicità con cui gli vengono le cose. Philippe dice le battute come vengono dette, senza caricare nè sottolineare, sembra quasi che non reciti.Ha il talento e l’intelligenza di saper togliere, di arrivare all’essenziale«, spiega Monicelli. 

Philippe Noiret lavora, tra l’altro, con Francesco Rosi in ‘Dimenticare Palermo’ e con Valerio Zurlini nel »Deserto dei tartarì.Ettore Scola lo vuole nel 1986 ne ‘La famiglia’. Il regista italiano cercava Jean Louis Trintignant: «… Avevo bisogno urgente di un grande attore e, anche per motivi di co-produzione, doveva essere francese». 

Trintignant non fu disponibile. «Telefonai a Philippe solo il giorno prima delle riprese. Il giorno dopo era a Roma… e sapeva la parte perfettamente. Le riprese sono durate solo un giorno».(AGI) Fab Nel 1987 lavora con Giuliano Montaldo ne ‘Gli occhiali d’oro’ e nel 1988 con Giuseppe Tornatore in «Nuovo Cinema Paradiso», dove il proiezionista Alfredo trasmette l’amore per il grande schermo al piccolo Totò. Nel 1994 È Pablo Neruda con un dolente Massimo Troisi ne ‘Il postino’. 

Le parole più efficaci per descriverlo le ha dette lui stesso in un ‘autoritratto’ riportato sul sito di France Cinema che gli ha dedicato una retrospettiva a Firenze: «Vivo ritirato vicino a coloro che amo, immerso nella natura tra i miei cavalli e i miei cani. La pigrizia è la madre di tutte le virtù… Leggo moltissimo, mi sento interessato a tutto meno che alla politica francese. Mi considero di sinistra, ma non sono schierato: non ho nessun messaggio da trasmettere, nessuna lezione da dare, tanto meno alla televisione, che odio cordialmente. Rivendico il mio statuto di saltimbanco, il diritto alla frivolezza. Non ho il gusto della trasgressione, forse sono troppo banale per essere un grande artista, ma sono un buon artigiano. Far bene e lasciar dire…. La sola associazione cui appartengo è Amnesty International, il solo impegno che valga la pena di prendere… Non mi considero un saggio, ma aspiro a diventare un vecchio elefante. Non sono soddisfatto di me, vorrei sempre superarmi, eliminare le scorie, andare all’essenziale… Ho un sacro orrore delle etichette. In Francia adorano catalogare tutto, per sfuggire alla catalogazione tento di muovermi tra ruoli molto diversi, la varietà è un mio punto d’onore. Non si fa questo mestiere per annoiarsi o annoiare la gente..

Una bella bio:

Una ricca bio:

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