Non si tratta della solitudine assoluta del protagonista del bel Into the Wild ma con la sua epica autoreclusione in territori estremi condivide molti aspetti. Non le lande gelide dell’Alaska ma le rassicuranti e familiari pareti della propria cameretta. Nella quale vivere di solo pc di notte dormendo tutto il giorno. Chattando, bloggando/postando, frequentando forum e social network, giocando a videogames in LAN. Filtrando il reale, allontanandosene. Cancellando i rapporti sociali. Dimenticando la scuola e la famiglia, utile solo per un piatto caldo lasciato davanti alla porta. Vestendo sempre uguale. Lavandosi poco. Non affacciandosi mai. Senza telefono e telefonino. Un taglio netto col passato e il presente e, per molti, anche col proprio futuro, visti i danni irrimediabili che il Hikikomori (=stare in disparte, isolarsi, trovate il termine ben spiegato su wikipedia, di cui non riesco a fornirvi url per problemi tecnici) sta causando su molti teens e giovani giapponesi. Ragazzi “bene”, acculturati e tanto benestanti da godere del lusso del “bagno in camera” in centri urbani sviluppati verticalmente per fronteggiarne il sovraffollamento. Mi ha colpito il dilagare del grave fenomeno anche dalle nostre parti, sembra che esitano ragazzi che non escono dalla loro “panic room” non da giorni ma da mesi. Alcuni da anni. Mi viene in mente il magnate Howard Hughes (aka, per chi ne ha letto la bio; “il padrone del mondo del 20° secolo”) nei suoi ultimi giorni, recluso in una suite di uno dei suoi megahotel a Vegas, nudo, barbuto, al buio, pisciando in bottiglie di vetro ordinate e archiviate secondo precise geometrie. Ne parlava stamattina Nicoletti nel suo Melog 2.0 (Radio 24), come ben descrive in questa scheda: “Hikikomori” è un fenomeno che riguarda oltre un milione di giovani giapponesi, la maggior parte di sesso maschile, che in maniera apparentemente non motivata, si ritira nella propria stanza e vi rimane ininterrottamente per lunghi periodi, spesso molti anni. Diversamente da altre forme di disagio adolescenziale, i giovani Hikikomori si spingono oltre: lasciano la scuola, abbandonano anche gli amici, interrompono ogni tipo di comunicazione trascorrendo lunghissimi periodi in completo isolamento. E in Italia? Vediamo di scoprirlo con l’aiuto degli ascoltatori e di un esperto. Un fenomeno che, anche se solo marginalmente, visti i tempi e l’aria che tirano, mi interessano sempre di più. Non solo in quanto a oggetto del mio interesse. Ma so che non potrei ammalarmi di questa sindrome di VIRTUAL KILLING ME SOFTLY, sceglierei sicuramente qualcosa di più epico e spettacolare per celebrare la vittoria dell’apatia sulla vita. In grande stile.

Leggete: Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione, di Carla Ricci, antropologa che vive a Tokyo.

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