Sapevo della sua malattia ma non della sua dipartita avvenuta a maggio dell’anno scorso senza che nessuno mi avvertisse, mi sarei unito al dolore di parenti, amici e fan via telegramma. Ronnie James Dio lo conosceva ormai anche mia madre, una delle poche donne italiane che negli ’80’s non storsero la bocca all’esplosione del fenomeno “Madonna” (Ronnie e Veronica Ciccone, due mostri SACRI di due diversi, opposti, generi musicali).

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Perché mia madre non solo non si oppose alle note di Holy Diver e Rainbow in the Dark in eterno loop dalla mia cameretta di adolescente ribelle e ormonato ma anzi ne condivise le ritmiche, candicchiandole come canzonette estive. Ignorandone il significato dei testi e l’identità dell’interprete. Voce dei Rainbow e dei Black Sabbath, il Ronnie segnò la mia crescita esibendosi in un memorabile concerto al fu Palatrussardi il 17 novembre del 1987. Il mio primo concerto. Supportato dai tedeschi Warlock, band pseudometal guidata dalla portavoce (rauca e rocckettara alla Lemmy) Doro Pesch al grido della “hit” All we are”. Con tanto di primitivi raggi laser a disegnare uccellacci 3D (facciamo 2,5 D…) in volo sopra le teste del pubblico.Un’esperienza indelebile per un diciassettenne nel 1987, col chiodo comprato usato da un amico e tirato a lucido per l’occasione (con le sigarette nel taschino dedicato) e le Dr Marten’s sporche apposta. In mezzo a diecimila tutti vestiti come me ma coi capelli ancora più lunghi, le birre in mano. Alcuni anche coi tatuaggi. Con le toppe dei gruppi metal cucite su braccia e schiena, come tacche di antiche battaglie, i concerti. Qualche pogo nel centro della folla pellata nera e sudata forte. Stilemi irraggiungibili per un “milano bene” in parentesi rocchettara. Grazie a Dio e alle corna della nonna italiana (che spesso esibiva come gesto scaramantico, poi “importate” dall’artista in ambito rock).

17-11-1987 RONNIE JAMES DIO + WARLOCK

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